costo socialePer il mio lavoro conosco tanti esponenti del mondo delle imprese e delle banche. Leggo le notizie, come ogni sera e mi chiedo fino a che punto, effettivamente, ridurre il costo del denaro o garantire i depositi (per intenderci misura saggia) sia sufficiente.

Il reale problema della crisi finanziaria internazionale è da individuarsi negli effetti leva dei derivati e nello scarso valore dei sottostanti. Economie, tutte (comprese quelle europee) costruite e cresciute su montagne di carte più che sul lavoro serio.

Speculatori formati e progettati per guadagni facili a discapito di carpentieri, agricoltori, falegnami, etc etc.

La ricerca del margine e non del valore aggiunto.

La realtà, purtroppo, è che occorre fare numerosi passi indietro e tornare ad una economia reale non più costruita su rapporti di debito e di credito. Una economia il cui scopo sia produrre e non movimentare flussi finanziari con lo scopo di generare soldi.

Le imprese, tartassate, mortificate e globalizzate, devono nuovamente rimboccarsi le maniche e ricominciare con serietà e, senza alcuna assistenza del sistema creditizio, a creare oggetti. La fabbrica, intesa in senso stretto con gli operai è la nuova frontiera. In questo il successo di una economia che torna indietro di circa 2 o 3 decenni.

La crisi finanziaria genererà problemi a tutti, ma nessuno parla del costo sociale. Costo sociale per i cassaintegrati, per supportare gli istituti di credito che verranno nazionalizzati (di questo sono certo), per le migliaia di famiglie che pagano mutui e corrono il rischio di perdere casa. Costo sociale per lo spaventoso intervento del debito pubblico. Costo sociale per i giovani che troveranno difficilmente lavoro. Costo sociale per la riduzione delle aspettative che tutti noi abbiamo dal Nostro futuro.

Tra le tante notizie lette, mi ha colpito quella di Unicredit e della Roma Calcio. Pensavo alla scena dove Profumo chiamava al cellulare la famiglia sensi e chiedeva un “rientro” di una cifra mostruosa, 130.000.000 di Euro entro il 31 dicembre del 2008. 

Sembra strano ma non cambia molto rispetto alla piccola impresa affidata per 100.000 Euro che si trova nella impossibilità di ottenere altro credito e le viene chiesto di rientrare della posizione. L’unica differenza è che non chiama Profumo

Assurdo! E’ una follia. Credo non affrontata con la dovuta serietà. Chi parla di istituire un fondo di garanzia per le PMI (vi assicuro molti politici) non sa che esiste già dal 1996, si chiama legge 662 del 96. Non sa che oggi le banche, nonostante l’esistenza del fondo, non lo utilizzano perchè non hanno soldi a sufficienza per investirli neanche con l’assistenza del fondo. 

Il problema, ancora una volta, non è delle garanzie o dell’utilizzo che ne viene fatto. Il problema è nella carenza di capitali in un sistema malato.

Credo che la soluzione migliore, tra quelle sentite, sia un intervento della BEI (sempre utilizzando il debito pubblico) direttamente nelle imprese. Aumentare la disponibilità di denaro soprattutto per i salvataggi aziendali e le crisi.

Procedere nella nazionalizzazione degli istituti di credito è una misura poco etica e immorale nei confronti di chi ha concesso credito alle banche senza ottenere una contropartica corretta. Molto meglio incrementare il debito pubblico per supportare chi produce e non chi ha generato il problema. 

A dimostrazione, dopo l’intervento della FED per il salvataggio della AiG il management è andato a rilassarsi in una SPA spendendo 400.000 dollari. In baffo agli assicurati, agli azionisti, a chi ha i fondi pensione. 

La mia deformazione di consulente finanziario, sempre e comunque a favore delle imprese sane (almeno nella cultura, nell’etica e nella morale), mi porta a pensare che occorre guardare effettivamente chi crea valore e non chi lo brucia. In questo approccio (che noto si sta dimenticando) un’idea che mi piacerebbe condividere con chi legge questo post!

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